«… troppo egoista, troppo autoriferito, Mozart non è Mozart, è il tuo Mozart, come se tu fossi l’unico ad averlo capito in trecento anni, e così Lynch è il tuo Lynch e vai avanti tranciando giudizi su tutti come se tu fossi chissacchè invece sei cresciuto a Quarto Oggiaro…»

Sara, la mia cara piccola estenuante fidanzata mi sta logorando con il primo di quella che, lo sento, sarà una lunghissima serie di litigi cattivissimi. Però la cara piccola Sara dovrebbe andarci meno pesante con certi termini per via di cose che sappiamo solo io e il mio analista.

Per esempio: Sara, che mi vede come un trader sulla trentina colto ed educato, con un po’ di pancetta e forse troppo incline alle droghe leggere, sarebbe di certo stupita nel vedermi ora, mentre per concludere la conversazione con lei strappo il telefono dal muro e lo scaravento sul pavimento dove inizio a prenderlo a calci urlando parolacce. Invece non può vedermi e la sua furia starà crescendo mentre pensa che le ho buttato giù la cornetta. Oh mia cara, piccola Sara, come vorrei essere una di quelle persone che buttano giù soltanto la cornetta.
è meglio che non inizi a chiamarmi sul cellulare, la mia fidanzata, invece il telefonino suona.

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Non rispondo. Non rispondo mai quando sto prendendo a calci la cornetta. Non che non ci provi, a rispondere. Ma quando sto quasi per afferrarla l’impulso si fa irresistibile e devo calciarla di nuovo.

Esco. Corro fuori pensando di andare da Sara, ma, buffo, dopo qualche centinaio di metri mi accorgo di correre dalla parte opposta. O ho improvvisamente dimenticato dove abita, o penso di essere Cristoforo Colombo. Però non cambio direzione. Entro in un’edicola. Ho il fiatone. Mi fermo, riprendo fiato, butto un occhio sulle riviste di gossip e noto una copertina. Un calciatore che non conosco (ma ha la faccia da calciatore) abbraccia amorevolmente una ragazza. Sara.

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il titolo è inequivocabile «una ragazza da sposare». aveva funzionato, non ci potevo credere. sarebbe dovuto essere uno scherzo, un gioco in cui il suo ego cambiava taglia per 30 giorni, allentando la cintura e chiedendo spazio tra i bottoni della camicia. ma no, non era pi un gioco. io me lo vedo quel giornalista alle prese con la riunione di redazione «è una carina, non c’è molto da raccontare, ha finito il liceo e ha messo al mondo un figlio a distanza di 6 mesi, il padre del bambino era il professore di filosofia, lei, innamorata e ingenua pensava alla storia di una vita, ma davanti ai tabelloni, con quel 100 su 100 decisamente immeritato, trovò un’altra sorpresa. una busta, 2mila euro e tanti saluti.»

quel bastardo di un calciatore l’avrà trovata in discoteca, annoiata e con il bicchiere vuoto, due parole, tre promesse e il gioco è fatto, il tutto menrte io rompo il telefono. col cazzo che rispondo la prossima volta.

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bastardo… ecco, sei il solito, Mourinho è il tuo Mourihno, e e Cassano è il tuo Cassano, guarda, glielo auguro proprio, a quello stronzo, che gli scassi la testa a forza istigazioni al litigio come faceva con me, la mia piccola dolce Sara, tanto è capace, sai? anche se non ci capisce una beata fava di calcio, ma si documenta, lei, si documenta e legge, legge, non finisce mai di leggere, lei è così si, è anche letta la storia del calciatore e l’ha rintracciato e..e adesso, se lo sposa, ah ma prima o poi glielo dirà: «ma se sei nato nelle favelas di Rio!» bastardo..cosa avrà trovato poi in uno così?

Avrà imparato lì a camminare a piedi scalzi sui rifiuti taglienti senza soffrire, è lì che avrà imparato a non sentire la fame sniffando colla, è lì che avrà imparato come farsi strada tra sfruttatori di ogni specie e a non farsi mettere i piedi in testa da nessuno, è lì che avrà imparato a…essere un vincente…

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Si lui è un vincente. ed io? Io sono un vincente? Cazzo la dovrei smettere di tirarmi certa roba, altro che droghe leggere. sono solo una palla che mi racconto per essere intransigente con le mie cazzate.

Sei un trader, e alla fine il tuo lavoro lo fai bene, però mi rende troppo nervoso, e quindi poi mi butto in queste cazzate. E poi me la prendo con lei, con Sara, una ragazza così dolce e premurosa nei miei confronti.

Ed io invece non faccio altro che trattarla male. sono proprio un pirla. Chissà cosa sta pensando, non le rispondo, forse addirittura piange…

Si è meglio che vada da lei subio, di corsa. Come fare? Un taxi ci vuole un taxi!

«Scusi, le posso chiedere un favore? Ho il telefono scarico, mi potrebbe chiamare un taxi? la prego è urgente, le compro tutte le riviste che vuole»

Il taxi arriva immediatamente, salgo al volo. Il taxi si inoltra per le strade di Quarto Oggiaro, destinazione casa di Sara.

"E quindi, - disse alla fine Groggy - capisci perché io e te abbiamo così tante cose in comune, cioè, almeno all’apparenza, insomma, per quel che la tua forma e il tuo dressing lasciano intuire, per quel bordo più esterno un po’ più coriaceo del tuo inside, per quel modo inerme e defilatamente ostensorio di offrirti e lasciarti prendere senza indugi dal primo che passa, rivelando il fiero coraggio della tua solitudine, insomma, tu mi capisci no?" e senza attendere risposta, dopo averle gettato un ultimo sguardo di smascherata e disperata solitudine dritto dritto nelle olive degli occhi, s’ingoiò la pizzetta in un boccone.

Lei, ovviamente

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arrossì, come spesso le capita quando qualcuno le fa un complimento, o viene smascherata nella sua profonda intimità, e rimane senza parole.

Ma come sono così facile da capire? non è la prima volta che di primo acchitto mi “smascherano”… 

E si che mi sembra sempre di fare la dura e di non far vedere quello che sono in realtà…

"si è vero, a me piace stare da sola, sono anni che non ho una relazione fissa, e non ne sento il bisogno, insomma mi piace sentirmi libera, essere libera di offrirmi anche al primo che mi capita, se questo mi piace, mi attira, ma non sempre così, anche se probabilmente non ci crederai"

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Rispose la pizzetta dallo stomaco di Groggy. Forse finalmente aveva trovato un’anima affine, qualcuno che non si soffermava a giudicarla troppo croccante, o troppo piccola (l’ansia di prestazione di una pizzetta surgelata può diventare assolutamente castrante, specie se si trova accanto una pizza all’americana). Le sue pretese di star bene da sola, era evidente, non erano molto sincere.
Ma si sbagliava, e la parte più morbida della sua pasta si raggelò quando si accorse che Groggy era corsa in bagno e tentava di espellerla con tutte le sue forze.
Mezz’ora dopo Groggy al telefono con l’amica Irina, cercava di raccontare la vicenda senza sembrare una pazza completa. “Ma non so, secondo me stai troppo in casa da sola” disse l’amica masticando una cicca, prima di buttare giù il telefono. La cicca che aveva in bocca, sia detto per inciso, adorava ogni parola Irina pronunciasse.

A Groggy vennero in mente le altre tre pizzette rimaste a scongelare sul lavandino.

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"Mangiaci, mangiaci"

"Divoraci"

"Put me inside you, baby!"

Non erano tre pizzette. Erano due pizzette e un pancake.

Non fosse per l’espressione sconvolta di Irina, avrebbe pensato che quelle voci fossero solo nella sua testa.

Ma Irina la guardava. E poi guardava il lavandino. Poi sgranava gli occhi maggiormente e la fissava, la rifissava, fissamente fissa.

"Irina?"

"Groggy?"

"Ragazze?"

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Entrambe si voltarono verso il lavandino, pietrificate, magneticamente attratte in egual modo dalle voci che udivano sul lavandino e dal richiamo della fuga, gettandosi dalla finestra (erano al piano terra. E potesse parlare, quella finestra…). Sconvolte, immobili, continuarono a non credere alle proprie orecchie. Attesero che le pizzette, o qualsiasi condimento nella dispensa, emettessero un gemito, un lamento.

Il curry sbadigliò. Irina saltò dal divano al marciapiede, e in due balzi era sul primo autobus, destinazione psichiatra.

Ma Groggy sarebbe andata a fondo della faccenda. A costo di non mangiar più pizzette per il resto della propria vita. O di mangiarle tutte.

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Il film proseguiva come da copione, i bambini ridono, i genitori si guardano perplessi e c’è chi pensa ci sia sotto la lobby del commercio glutinfree. 

Viola è perplessa, non capisce se la pizza promessa dopo il cinema sarà una specie di omicidio in diretta o la sublimazione della fantasia perversa dello sceneggiatore, non ha il coraggio di chiederlo e comunque le è già passato tutto di mente, attratta come non mai dal cappello della bambina al primo posto.

Aveva visto qualcosa scintillare durante l’ora e mezza di pizza in maxischermo, ma poteva essere un glitter come tanti altri, senza particolari velleità o punti di luce. 

Ma così non era: quello era il suo cappello, l’unico motivo per cui aveva accettato di entrare in quel mondo plasticoso di negozi e negozietti, l’outlet a bordo autostrada della domenica pomeriggio.

quel cappello era li, abbandonato, dimenticato, poverino.

era li e la guardava, forse sussurrava qualcosa, probabilmente canticchiava e sarebbe stato suo.

Escono tutti, nessuno torna a reclamare, lei lo prende e lo calza, certa che d’ora in poi non sarebbe più stata la stessa.

in pizzeria entra, si siede e chiede come al solito la margherita piccola, suo padre sorride e passa l’ordine. La pizza arriva, calda fumante e parlante.

"mangiami mangiami! divorami!"

Tutto da capo, ricomincia tutto. Irina non c’è ma tutto il resto è tornato al suo posto, la pizza parla, la finestra si apre, il lavandino è pronto.

La panettiera era la più corteggiata del quartiere, così gentile e silenziosa, mediamente bella e senza gioielli.

Era la molla che mi alzava dal letto ogni mattina, pronto per cercare il suo sguardo con la scusa della brioches. Non serviva parlare, lei sapeva cosa volevo, ma io qualcosa le dicevo sempre, nella speranza di sentire la sua voce e poterla riconoscere, chessò, sul tram mentre di spalle fingevo di leggere.

Mora, occhi scuri, capelli lunghi e mossi, sempre raccolti in una coda per ovvi motivi igienici, anche se mi illudevo lo facesse per me, per assecondare il mio feticismo per elastici e mollette. Il dettaglio del marito e dei due figli lo scoprii molto dopo, sicuramente terminata la mia gita mattutina del 12 maggio, quando presi in mano la situazione e mi presentai all’apertura, le 6:15 del mattino, in smoking e occhiali da sole.

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Ora, va detto che, se di per sé uno smoking alle 6:15 del mattino potrebbe non risultare più strano di tanto, per lo meno non un in paesino dell’entroterra marchigiano che, su delibera plenaria del Consiglio comunale, aveva da 1 anno approvato la totale consacrazione del luogo a set cinematografico, nonché all’innovativa forma di turismo spettacolare, la cui peculiarità consisteva nell’offrire ai turisti la possibilità di seguire da vicino le riprese sul set di film in costume e non e di intrattenersi con troupe, registi, fonici e truccatori compresi….puff puff

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Che caldo che fa questa mattina… strano è solo metà maggio… non è che sono troppo nervoso…

“Ciao Secco! Ma che ci fai vestito così a quest’ora? Non ti avranno mica selezionato per fare la comprasa a qualche fim?”

Trasalisco, è Gino. Ma che cavolo ci fa già alzato a quest’ora del mattino?

Proprio vero che gli anziani hanno un’altra stoffa. La sera tira tardi al bar Roma a giocare a scopa o briscola e a bere bianchi, e guarda li come è pimpante a quest’ora del mattino…

“Buongiorno Gino” rispondo garbatamente

“ah” risponde lui pronto, “non sarei qui per la Maria, la panettiera?”

Azz penso, beccato in pieno… e mo cosa gli dico?

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Mi ingarbuglio inventandomi di aver passato la notte a girare per locali e lui ovviamente mi chiede qualis? visto che nel raggio di dieci chilometri ce ne sono circa tre. Ma non importa, che deve aprire il negozio. Se cercavi la panettiera, mi dice Gino, mi sa che fai meglio ad andare al set nella pineta, anche lei l’han presa per il film.

Ci metto esattamente trenta secondi ad accendere la macchina e partire sgommando verso il set. Non saranno iniziate ancora le riprese, magari lei è nervosa, magari posso farle da sostegno morale (magari riesco ad apparire pure nel film, toh).

Lascio la macchina su una scarpata e mi perdo nella nebbiolina che ancora ondeggia tra gli alberi. Da lontano si sentono voci, oggetti pesanti spostati con malgrazia, il grattare di un megafono, insomma i soliti rumori del set; mentre mi avvicino baldanzoso, ogni cosa diventa all’improvviso immobile e silenziosa. Poco più avanti, di spalle, circonfusa di nebbia mi sembra di vedere la panettiera: oltre a lei una folla, una vera e propria folla, sta immobile e la guarda.

Da qualche parte più avanti, nel folto, arriva un urlo rabbioso: “Cut!” La panettiera si volta infastidita e inizia a insultarmi, e così tutto il resto della folla che prima era in silenzio.

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Ecco, la folla. Di folle non ne avevo viste molte, nella mia vita, ma quella aveva qualcosa di diverso. I vestiti. Non che fossero abbigliati in modo particolarmente bizzarro o antico. Ecco, molto più semplicemente i vestiti… non c’erano. Niente stoffa né accessori. Mi è sembrato di vedere una sciarpa, nelle retrovie, e forse uno stivale, tutto qui. Tutto qui.

Una folla nuda, e una panettiera. Nuda.

“Ma chi è quell’imbecille!?”

Il regista. Non starà certo parlando di me.

“Qualcuno vuole spiegarmi per quale santo motivo quel cazzo di decerebrato è in mezzo alla mia cazzo d’inquadratura!? E perchè è vestito!? Questa non è una comunione, è un cazzo di kolossal, cazzo!”

Ok. Parlava con me.

O meglio, parlava DI me.

La panettiera (e la folla, gioiosa, divertita dal simpatico fuoriprogramma) perseverava con l’insulto libero mentre io, come sospinto dall’energia delle urla, mi sorpresi a retrocedere. A piccoli passi, all’indietro, gradualmente aumentando la velocità, sempre di più, fino a correre all’indietro, in fuga, ansimante TOC.

La macchina.

La macchina! Ero alla macchina! Inforco le chiavi, apro, entro e metto in moto. Parto e, come primissimo istinto, guardo dallo specchietto retrovisore. Ero già troppo lontano perchè la folla ancora si vedesse, o perchè sentissi ancora i loro insulti, le loro risate, coperte anche dal suono del motore.

Talvolta, prima di addormentarmi, mi capita ancora di udire in lontananza gli insulti della panettiera.

E questa, figliolo, è la storia di come papà è diventato diabetico.

Questo panino ci voleva!” esclama Frank, osservando le persone sedute agli altri tavolini. Questo Posto è fantastico!”, esclama Andy, il suo compagno di avventura nonchè fratello minore.

“Già, si sta proprio bene, all’ombra di questi alberi”. Finalmente stanno facendo una sosta, è tutta la mattina che pedalano con quelle biciclette appesantite dai borsoni.

“dove ci troviamo?” chiede Andy. a Sault” risponde Frank. “e la vedi quella montagna? E’ il famosissimo Mont Ventoux”

“Wow” esclama Andy “mi piacerebbe andarci… ci andiamo?”

Ecco lo sapevo, pensa Frank, era meglio se me ne stavo zitto. Il fratellino è un pò viziato e difficile da contenere. Sono partiti da più di un mese da Munchen, attraversato le alpi due volte, anche passando per l’Italia, prima di arrivare sin qui. sarebbe meglio di no, siamo già in ritardo di un paio di giorni sulla tabella di marcia”

Effettivamente sarebbe bello, pensa, ne ha sentito parlare molto, visto foto, la cima pare essere un posto mistico, con tutte quelle rocce nude….

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Il tempo di un panino è abbastanza per decidersi ad andare; si dice spesso che è troppo ordinato, troppo puntuale: forse fissare una tabella di marcia per una vacanza – per quanto impegnativa - è stata un’esagerazione. Non dirà ai suoi di aver viziato un po’ troppo il fratellino e lo farà contento, che male c’è? Andy è così contento che offre il pranzo a Frank, e al bancone ne approfitta per pavoneggiarsi con un gruppo di turisti (e turiste) austriaci/e raccontando il loro viaggio. Va a finire che uno di loro si accoda alla spedizione, un grosso biondo taciturno (che palesemente delude Andy, speranzoso di piccole bionde chiacchierone).
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Ripensa a tutto questo e a molto altro, negli occhi rimpianto e rimorso. Non sa mai quale dei due. Non che importi più, ora, seduto in quella sala d’attesa. Come dal dentista. Come a uno dei mille colloqui di lavoro. Come all’ingresso di quell’attrazione, da cui Andy voleva assolutamente fuggire, ma Frank non l’avrebbe mai permesso. E invece è un aeroporto. Frank siede davanti a una di quelle immense vetrate, con vista sulla pista di decollo e atterraggio. Guarda gli aerei. Si guarda intorno. Cerca Andy. Ma Andy non c’è. Non c’è più. Quante volte l’aveva ancora cercato, quante volte s’era illuso di vederlo, con la coda dell’occhio, mentre prendeva un caffè in un bar, o scendeva dal vagone di fianco al suo, sul treno.

Andy uscì dalla toilette e riprese il suo posto di fianco a Frank. “Temevo non saresti mai tornato”. Tu temi troppo”.

Aveva ragione. Come quella volta in gita, col biondo taciturno.

“Te lo ricordi Hans?” Me lo ricordo Hans”.

“Quel tipo non mi piaceva affatto”. A te non piace mai nessuno, Frank. Da piccolo hai cercato di vendermi ai coreani, ricordi?”

“Erano i coreani del sud.”

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I portelloni si chiudono, parte la peggior recita della storia, con hostess che vorrebbero convincerti che durante un disastro aereo noi impavidi passeggeri cominciamo ad armeggiare tra maschera e salvagente. Io se l’aereo cade, cado con lui e fine della storia. Se cade ci sarà un motivo, non necessariamente un complotto alle mie spalle, ma qualcosa che tizio non ha fatto dopo che caio ha perso un bullone guardando l’agente della sicurezza di cui è innamorato dall’altro ieri.

Questo alcuni lo chiamano destino, per me è solo vita.

Il sipario si chiude in attesa del carrello bar, le luci si spengono, solita trafila da decollo e già penso all’atterraggio “speriamo non applaudano, speriamo non applaudano”

I coreani erano tre, Andy se lo ricordava bene, e per un attimo stavo quasi per fare il colpaccio: saremmo andati a trovarlo durante le vacanze, lui sarebbe tornato a natale per ripartire dopo capodanno, sguardo penetrante e peperoncino da tutte le parti. Sarei finito su tutti i giornali, avrei trovato la mia collocazione tra le psicosi della famiglia Herinson. Ma no, niente, mi fermarono per tempo, lasciandomi la curiosità dell’oriente e portandomi a divenire primo traduttore tedesco-coreano.

Primo ed unico, vista la carenza di richiesta, ma con i depliant delle lavastoviglie mi son pagato due case e questo viaggio, che sta per finire, ma tantè.

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Andy, ma quante volte mi hai chiesto, da dietro la porta del bagno perché non avevi il coraggio di chiedermelo guardandomi in faccia: “Ma che…tu hai mai beccato papà e mamma dire che io sono stato adottato?” C’aveva proprio una fissa, Andy, su questo e la riprova secondo la sua mente contorta seppur innocente era proprio la fissa di mamma e papà di non viziarlo…a ognuno le sue. Di fisse, intendo.

Che buffo, se ripenso alla sua faccia quando sembrava che il coreano stesse per accettare la mia ultima offerta per lasciarglielo lì! “Nooooo! Non vendermi, non lasciarmi lì, sono tuo fratello, abbiamo lo stesso sangue, come puoi?” mi veniva anche un po’ da ridere…tutto quel dramma…però poi, all’aeroporto, uno dei tanti che abbiamo solcato insieme sfidandoci in gare di skate prima di imbarcarli come bagagli specizali (quante code extra!), quella donna…quello sguardo…come come sei lei e Andy si conoscessero da tempo.

Fissi, così, spalancati e poi immersi gli occhi dell’una in quelli dell’altro e viceversa, un’andata e ritorno della memoria.

Chissà se l’aveva capito in quel momento o il giorno del suo 18esimo compleanno, quanto i miei ma non i suoi, a quel punto, gliel’avevano detto facendogli trovare un biglietto nella fetta della torta (ecco, da lì si doveva capire, che faceva geneticamente parte della famiglia: lui efra normale).

Tanti anni dopo andò ad abitare in Giappone. E una notte lo sognai, Andy, era giapponese ed ero giapponese anch’io, nel sogno. Solo che eravamo nel XVI sec. Ed eravamo fratelli.

Tutto torna.

Mai, mai l’avrebbe creduto possibile. Non ricordava. Non ricordava d’aver mai creduto in qualcosa, tantomeno quella. Non credeva più. Non le credeva più. Non LE credeva più. Non se la ricordava. Vabbè, non voleva ricordarsela, però un minimo… La ricordava vagamente. Ma non le credeva. Questo ora lo sapeva benissimo. Perfettamente.

“Vattene”.

No.

Non vuole che me ne vada. Non le credo. Vorrei che se ne andasse lei. Ma non voglio che lo sappia.

“E allora me ne vado io”. Non te ne andare. Resta.

Resta ancora un po’ non te ne andare posso vivere senza di te ma non ora non oggi forse domani tra una settimana un mese ma non oggi oggi fa freddo io voglio dimenticarti in un giorno caldo in cui m’appiccicheresti addosso e mi staccherei poi ti manderei via ma non ora.

Ora no.

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“partire è un po’ morire” dice l’adagio, ma andare è un’altra cosa. Andare dove? E soprattutto, davvero ora?

Partire presuppone un ritorno o almeno ne include la possibilità, ma andare è un’altra cosa.

“mangiamo un boccone, non puoi uscire a stomaco vuoto, devi prendere le medicine, ti si abbasserebbe l’insulina, è rischioso, c’è gente che così, per un pranzo saltato ha fatto una brutta fine”

forse ho esagerato, avrei potuto fare leva sul sentimentale invece che sulla psicosi medica, avrei potuto alzare la voce ed impormi o proporle l’ennesima lezione di besciamella, così l’avrei trattenuta, forse non per sempre, ma almeno fino alla prossima primavera.

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La besciamella la sapeva fare benissimo, lei, e anche la crème caramel, la pasta brisée e gli strascinet co cime e rep, tutta roba buona che le avevo insegnato io, del resto. Ma non può essere per questo che se ne vuole andare, no? Perché, perché le ho già insegnato tutti i segreti, perché…perché non ha più niente da imparare da me…?

“Incontriamo le persone di cui abbiamo bisogno per evolverci” recita il detto, ma io non mi sono ancora evoluto, io ho ancora bisogno di lei, cazzo, anche se…non mi va di crescere!

La chiamo! La chiamo e glielo dico, ecco, che insomma, cos’è tutta questa smania di crescere, di diventare grandi, spiritualmente evoluti…e e e tutto questo discredito sulla sindrome di peter pan! Ma se ci han fatto una fortuna, con Peter pan…

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“Mi spiace, me ne voglio andare” non ne posso più, sono anni che facciamo le stesse cose, vediamo le stesse persone. Sono ancora giovane, e piena di vita, e ho voglia di scoprire il mondo, di fare nuove esperienze. Qui faccio la muffa.

“sono anni che mi fai le stesse promesse, e poi tutto torna come prima, del resto non siamo sposati, non abbiamo figli, quindi cosa ci lega ancora?”

non essere dura, troppo dura, alla fine non mi ha mai fatto del male veramente. Solo che non mi sento più innamorata, non sento più attrazione, emozione. Ecco l’emozione, è la parola giusta. Come faccio a dirglielo senza ferirlo?

“ho bisogno di una pausa, di andare via un po’ per capire, non è facile neanche per me, non ti credere” e lo guarda con i suoi occhini.

In fondo mi spiace, ci sono affezionata, mi ha dato tanto e insegnato molto, ma si sa la vita è così porta a dei cambiamenti, le storie, le situazioni si aprono e si chiudono…

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Invece avanti così per anni, senza il coraggio di mollarsi né la voglia di stare insieme. A volte è lui, a volte è lei a saltarsene fuori con l’ennesima crisi esistenziale. Una volta addirittura sono riusciti a stare lontani per ben due settimane, ciascuno chiuso nel suo albergo di periferia a contare le mosche sul muro, ma piano piano hanno compreso di essere rinchiusi in una gabbia fatta delle rispettive attrazioni e repulsioni. Forse del mondo, del nuovo, in realtà hanno paura. Forse invece non riescono ad accettare che il primo amore sia diventato l’unico, chissà?
Col passare del tempo, diventano sempre più esperti nell’insultarsi e insieme nel trattenersi con paroline dritte al bersaglio – ormai i riferimenti alla salute sono roba da dilettante, basta un sopracciglio alzato, un sospiro, a disperare l’altro o a mandarlo su tutte le furie.

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Gli amici li evitano come la peste: insieme, sono una continua fonte di angoscia e imbarazzo – anche la coppia più vecchia e rodata, quando rimane sola dopo cena, finisce per considerare con angoscia il legame che condivide. Presi da soli neanche a parlarne: ti ammorbano per ore con considerazioni minuziose sui difetti e le incapacità dell’altro. Insomma più va avanti più lui e lei rotolano in una conca in cui nemmeno loro vogliono stare.

Dopo aver preso la macchina, piazzato Pietro nel sediolino posteriore, spento la sigaretta a metà e infilata la prima, mi avvio verso casa di mia madre che ci aspetta con succhi di frutta e pasticcini. Una volta arrivati è tutto un “ma come ti sei fatto grande!” “ma te la ricordi la nonna?!” “la nonna ti ha comprato tante cose buone…”. Io nel frattempo vado sul balcone e mi accendo una sigaretta, che spengo a metà appena sento mia madre che dice “no, amore. Non si sale con i piedi sul divano”. Entro e Pietro mi guarda con un’aria interrogativa come per dire “ma chi è sta bacchettona ma’?” Io intervengo svogliatamente, tirando giù Pietro e mettendolo a terra. Poi mi giro verso mia madre e le chiedo scusa,“Sai a casa è abituato a fare come gli pare” e lei, guardandomi con aria di sufficienza, mi dice che la prossima volta si ricorderà di mettere un lenzuolo sul divano perché non si sporchi. Insomma, questo sabato pomeriggio si è aperto sotto i migliori presagi. Nei tre anni di vita di Pietro, questa è la seconda volta che vengo in questa casa. Una casa che non riconosco, dove non ho mai vissuto, che non mi fa sentire a mio agio. Avrei preferito incontrarla al parco, ma è troppo caldo e troppo rumoroso a quest’ora.

Pietro sul divano ci salta quanto vuole e soprattutto quella cosa li di mettere un lenzuolo sul divano non l’ha mai vista fare e io l’avevo quasi dimenticata. Che strano che mia mamma non avesse già preparato tutto per l’occorrenza, quel fantastico lenzuolo a fiori gialli ormai bucato ma almeno la pelle del divano è salva. Insomma quella casa linda e perfetta, salva grazie al lenzuolo a fiori, le pattine di feltro viola e la copertura di plastica bianca sul tavolo di legno pregiato avevano preservato qualsiasi cosa tranne i miei ricordi, completamente staccati da quella casa illibata, pulita e senza salti sul divano. Ho sempre lasciato Pietro libero di fare qualsiasi cosa in casa, ha perfino iniziato a colorare e scarabocchiare la parete della sua cameretta e oltre a farmi sentire mamma originale e un po alternativa mi sa che in questa liberazione c’è un mio atto psicomagico e vaffanculo a tutte le pattine del mondo. Pietro non avrebbe mai scoperto le pattine, punto e basta.

Pietro è un bambino vivace, e con i suoi grandi occhi verdi, guarda e osserva il mondo con curiosità. In questi giorni è particolarmente elettrizzato, avendo iniziato da poco la sua nuova avventura all’asilo. Per questo ora lui mi guarda con i suoi occhi grandi in cerca di altre risposte, di un supporto.

Mi ricordo di essere stata come Pietro, mi ricordo che mi piaceva essere come Pietro, ogni tanto mi sento ancora come Pietro e qualche volta faccio qualcosa come la farebbe Pietro e mi diverto un mondo, troppo spesso poi mi sento un po’ in colpa per essermi comportata come Pietro, perché non ho più l’età di Pietro da un po’ e ho un Pietro a cui dovrei insegnare a non essere più Pietro in un tempo ragionevole. Eva è mai stata Pietro? Sembra di no. Eva, che ci teneva tanto che io la chiamassi Eva e non mamma, ha sempre fatto le cose da Eva e basta. Il modo Eva di fare le cose è unico, richiede un grande allenamento, una costanza invidiabile, una dedizione ferrea. Quando io ero Pietro lei non faceva mai Pietro con me, faceva sempre e solo Eva. Mio padre ogni tanto era Pietro con me e spesso non riusciva a essere Eva e questo a Eva la faceva incazzare. Doveva esserci solo Eva in casa, solo il modello Eva. Ogni tanto anche io sono un po’ Eva con Pietro, me ne accorgo sempre troppo tardi di essere diventata Eva, quando succede mi sento davvero molto in colpa. Ho provato a immaginare Eva che fa Pietro ma la trovo una fantasia buffa, irreale, quasi grottesca. Come immaginare i propri genitori che fanno sesso. Eppure sono certa che c’è stato un tempo in cui Eva è stata Pietro. Mi sono sempre chiesta cosa le sia successo per trasformarla in Eva e basta.

“Oh, insomma. Fermalo un pochino, Susanna. Vuole guardare i cartoni?” “No, Eva. Non sa cosa s….” “No, fermati! Non toccare! Vuoi guardarlo? Si guarda con gli occhi non con le mani, capito?” Eva corre e occupa gli scaffali più alti della libreria con le targhe e le foto ricordo e i premi, ma ha solo tre mani. Afferra gli oggetti sempre più rapidamente e li piazza in alto, più in alto che può. Ecco, ora Pietro piange: gli ha tolto di mano un medaglione di terracotta che lui stava portando alla bocca. “Senti, non potevi pensarci prima a far sparire tutta la tua chincaglieria? Lo sai come sono i bambini di tre anni o no? Già, non lo sai… Non c’eri mai, tu…” “Susanna, scusa ma io… non pensavo che…” mi sta guardando con affetto vero oggi, autentico sentimento materno le sguscia dagli occhi e mi colpisce.

Dietro le sue spalle Pietro si comincia ad arrampicare sui primi scaffali, sale e sale, sicuro mi guarda e ride.

Mi avvicino a Eva che mi apre le braccia ma poi all’ultimo momento la scarto. Sono sotto gli scaffali ora giusto in tempo per prendere in braccio Pietro e rimetterlo a terra. Nello stesso momento mio figlio e mia madre esplodono in un urlo di protesta. Ritorno sul balcone dove sono attesa dalla mia mezza sigaretta. No, non mi ha aspettato e si è consumata tutta. Ne accendo un’altra guardando il giardino ordinato, il vialetto pulito e la vasca di pesci rossi. Un tiro dopo l’altro lungo e profondamente inspirato. Si poggia un passerotto sul corrimano e poi scappa. Dall’interno non sento più grida, ma è ancora presto per girarmi, non me la sento. Ci vorrebbe un’altra sigaretta, ma c’è il geranio che va pulito dai fiori secchi.

Ripasso tutta la scena a memoria, me la racconto cercando assolutamente di non interpretarla, ripercorro le mosse di Pietro, di mia madre e le mie…la neuropsichiatra mi dice che questa domenica passata a casa di mia madre è una vera ‘miniera’ di ricordi, dove poi sarà possibile avventurarsi e andare a scoprire le cause del mio malessere…sono qui per un atto di fede alla dottoressa…un altro rimprovero mi distoglie dai miei pensieri, mi impongo di non irrompere dentro e trascinare via mio figlio…lontano da questa casa lontano dalla mia infanzia…espiro…inspiro…espiro…inspiro….ora l’urlo si è tramutato in una risatina…forse un po’ troppo acuta per essere autentica…quando rientro vedo mia madre…Eva…che con una scopa sta trascinando via i cocci di quell’orribile souvenir di Venezia che mi ha sempre fatto cacare e sorrido pensando “Pietro uno, souvenir merdoso di Venezia zero”…invece chiedo scusa a mia, che senza alzare lo sguardo mormora a mezza voce un “non importa”…Pietro oggi pare un demonio scatenato…mi chiedo se faccio bene a lasciargli tutta la libertà di esplorare casa nostra come se fosse un piccolo selvaggio…ecco…lo sapevo che poi il senso di colpa avrebbe fatto lo sgambetto…che madre sono io…che madre è stata mia madre…mentre prendo in braccio Pietro mi accorgo che non ha proprio un buon odore, anzi puzza proprio…vedo che anche a mia madre non sfugge questo odore e con gli occhi mi lancia una silenziosa supplica “non cambiarlo a casa mia…non sopporto l’odore di feci…”, già, mi ricordo anche questo…io venivo cambiata dalla tata sul pianerottolo…la schiena fredda sul pavimento…e poi qualcuno si stupisce che prendo tutti quegli ansiolitici-calmanti-stimolanti-effervescenti….

….con un bacio appena accennato sulla guancia…Pietro ben saldo nelle mie braccia…saluto mia madre…immobile sulla soglia…gli occhi lucidi…uno ‘scusa’ sulle labbra…quel suo desiderio di spiegarmi che la merda le fa’ proprio schifo, che per lei è una fobia, che devo scusarla, che in fondo vuole bene a suo nipote, ormai urla senza controllo tutto ciò , la sua voce rimbomba per la tromba delle scale…ma non la sento più…sono già due piani sotto e scendo due gradini alla volta…veloce…lontano da tutto…lontano da lei.

"Ti affido un compito.” Mi guardava dritto negli occhi e faceva un curioso movimento con la bocca, gli si creava una piega laterale accanto al labbro, come quando esegui un compito e sei soddisfatto del risultato. La voce invece era quella dei racconti ben raccontati, quelli con cui vorresti addormentarti in quelle sere in cui non riesci proprio a prender sonno. “Questo piatto è molto importante per me e non posso dimenticarlo”. Ok, mi aspettavo qualcosa di più, con quel tono si fa una promessa solenne, si rivela il più intimo dei segreti, ma non si custodisce un piatto! Il fatto poi che subito dopo mi avesse detto che il piatto fosse di sua mamma avrebbe dovuto spegnere ogni tensione erotica e mettermi in stato di all’erta. Eppure non era così, perché con quella voce aveva chiesto la mia attenzione e se l’era conquistata in un attimo. Era già partita una colonna sonora nella mia testa, si di quelle canzoni lì da denti cariati. All’improvviso è arrivata una premonizione dall’alto, la sirena d’emergenza, ho spento il giradischi e straaaa una parte di me ha rotto quel piatto in mille pezzi ed è andata via vittoriosa come un cavallo, perché come dice Chico Buarque, solo chi è capace di andare via come fa il cavallo è donna. Peccato che l’altra parte di me camminava scrupolosa e composta con il piatto in testa. Quello che ancora non sapevano entrambi le parti della medesima me stessa era che, a parte essermelo proprio dimenticato quel piatto dopo la festa, quel personaggio era uno squisito e irresistibile esempio di uomo Cucù, di quelli rari però, che sanno annunciare l’ora con precisione, appunto svizzera, ma subito dopo spariscono e ti lasciano li ad aspettare pensando che forse manca ancora qualche minuto all’ora x. 

Eh sì, avrei dovuto proprio accorgermene. In fondo, ulteriori segni della sua anima da cantone, era quell’aria sempre un po’ volutamente distaccata. Come se quel discorso, quella situazione riguardassero un altro, non lui. Magari me sì, ma non lui. Quindi, mentre io cercavo di trovare una modalità meno isterica, uno stile più “ma cosa credi che me ne freghi qualcosa di te?”, lui si versava un bicchiere di vino bianco e voltandosi verso di me mi diceva “non credo che per te sia il caso di bere, giusto?” Allora io vedevo la mia me stessa coraggiosa che orgogliosamente si alzava e con calma guerriera si avvicinava a lui per strappargli il bicchiere di mano e sbatterlo sul pavimento…ma perché la me stessa dignitosissima era sempre quella immaginaria e mai quella in carne e ossa?! “E’ tutto da ricercare negli eventi della tua infanzia!” mi spiegava sempre Giulia, con il suo tono dolce e premuroso di chi ha capito tutto, solo perché andando da sette anni in psicanalisi era convinta che tutto si rispecchiasse in lei e tutti dovessero scoprire i loro traumi per sopravvivere nel loro quotidiano. Mi stavo domandando se Giulia avesse ragione, stavo scorrendo qualche ricordo dei miei primi anni di vita con leggerezza quando lui appoggiando il bicchiere sul tavolino basso che ci separava ripuntò gli occhi dritti dritti dentro ai miei e disse “Ti sto annoiando?”. Beh! 

Avrei voluto essere sincera…dirgli quello che pensavo di lui, di noi, di questa cazzo di casa che assomigliava sempre di più ad una gabbia, ma nel momento stesso in cui volevo sbattergli in faccia la verità mi trattenevo, ricacciavo a fondo il pensiero, tra le pieghe della consapevolezza e fingevo, tornavo a guardarlo, ma i miei occhi…cristo i miei occhi raccontavano tutto…mia madre mi avrebbe scoperto subito, mi avrebbe tanato come quando da bambina mi veniva a cercare dopo che mi ero nascosta…e immancabilmente mi trovava…Ora lui mi incalza nuovamente e con quel tono deprimente mi chiede se ‘realmente’ va tutto bene…ora gli sorrido…non voglio spaventarlo…ne fargli pensare che sia realmente lui la causa di questo torpore verso la felicità…forse Giulia ha ragione, forse dovrei affrontare quel nodo sofferente che è stata la mia infanzia…chissà che non riesca a mandare tutto a culo e partire per Marsiglia come desideravo da quando avevo 16 anni..

Marsiglia, una città che parla di sapone e lavate di capo in un porto losco abbordata da loschi figuri che puzzano di pesce e si scambiano valigette dagli ignoti contenuti che aizzeranno l’ego di qualche criminale e faranno sentire liberi i criminali “perbene” quando realizzeranno che quel fardello scottante gli è stato infine tolto. “Certo che galoppa la tua fantasia, eh Ghita? – la donna cavallo… - Ma com’è che non hai fatto la romanziera, la sceneggiatrice, la cartomante anche, tutto pur di raccontare storie, ma agli però, non a te stessa, quando sai già tutto e poi ci cadi lo stesso. Con gli uomini, intendo…

Marsiglia, dicevamo, perché proprio lì?  “Allora, Ghita,  quel tuo progetto? Quell’idea di riscoprire il patrimonio dei cantastorie dei paesi mediterranei e impiantarli nelle città del business? Procede? O sei ferma come al solito allo stadio larvale? Ma toglimi una curiosità: c’è ancora un po’ di posto nella tua corteccia cerebrale o ci sono le idee incompiute che lottano per uscire a prendere una boccata d’aria?” “Grrrr enno, questo non lo posso più sopportare, adesso il piatto glielo rompo davvero su quel muso da piccione viaggiatore che si crede uno sparviero! Presto, Giulia, portami le catene da neve che ci lego quella mollacciona della mia me dignitosa con tanto di lucchetto e bavaglio in bocca perché se parla lei stavolta sono fottuta…” ma Giulia aveva preso le la parola per difendere l’amica e neutralizzare la possibile escalation di umiliazioni brucianti. Ma Giulia aveva finalmente gli occhi a forma di sapone,… di Marsiglia e…

come prima cosa cacciò un grido furioso. Non stava imprecando, semplicemente strillava e urlava senza prendere fiato. Sembrava non finire mai. Poi sferrò un pugno al tavolo che si ruppe, fece roteare una sedia e la sbattè contro la parete. Sembrava raccogliere le forze da terra, con le braccia a penzoloni e le gambe piegate, con la sua voce sempre più roca  e forte… Ghita era abituata a questi suoi sfoghi. A dire il vero a volte li provocava: si divertiva  sempre da matti a utilizzarla come un burattino. Intanto Giulia si muoveva per la stanza gettando a terra  o contro la parete qualunque cosa le capitasse a tiro, e lasciando qua e là tracce di saliva che le schiumava dalla bocca. Quando le parve il momento giusto, Ghita provò a calmarla: “Dai, Giulia… per favore…. Ora basta… era tanto per dire. Lo sai che ti sono vicina sempre e comunque, no?” Giulia non dette cenno di aver sentito e gettò il ferro da stiro sulla finestra che si frantumò in mille pezzi. Da fuori giunse il vociare del custode: “Ora basta, piantatela o chiamo la gendarmeria!” Ghita corse al citofono “La prego Monsieur Tatin, non lo faccia! Per favore. Ora la smetterà, si calmerà” “Ma lo sa che ha quasi spetasciato il barboncino di mademoiselle Colette? E quello per lo spavento… insomma ho dovuto pulire con la segatura e l’ammoniaca, mi capisce?”. Altri oggetti volavano dalla finestra e in casa. Ora Ghita cominciò a preoccuparsi… “Giulia, ti prego! Perdonami! Ci siamo fraintese… Dài…. Calmati!” I vicini presero a bussare dal soffitto dalle pareti di fianco e perfino da sotto il pavimento, il telefono squillava in continuazione e il citofono non dava tregua. “Devo proprio farlo adesso!” pensò Ghita. Si avvicinò lentamente alla sua borsa e prese la siringa già carica.  

Non c’è modo migliore di iniziare una vacanza, pensò Anita, mentre la guardia chiudeva la porta della cella alle sue spalle. Le sbarre continuarono a oscillare per qualche secondo mentre l’eco della chiusura ristagnava nell’aria per un tempo che le sembrò interminabile. “Andiamo in Albania” Aveva detto Dario “C’è il mare, costa poco e Alessandro ne approfitta per rifarsi i denti, lì non costa un cazzo.” Anita e Pietro si erano guardati un po’ perplessi: non che avessero pregiudizi, ma non era la meta a cui avevano immediatamente pensato per festeggiare il loro primo anno insieme. “Ma non è meglio andare in Grecia?” Aveva provato a proporre Anita “Ci sono isole molto economiche e il mare è bellissimo.” Anita pensò ad una spiaggia greca, al sole e al mare e a una insalata con la cipolla e la feta: odiava a morte sia la cipolla che la feta ma in confronto a essere in carcere a Tirana e avere la mafia serba alle calcagna era una prospettiva ben più che piacevole.

Erano partiti il 5 agosto, con la macchina di Dario, un vecchio maggiolone che beveva come una Ferrari, aveva lo scarico che a volte faceva rientrare l’odore del gas nell’abitacolo e la portiera destra spesso rimaneva in mano a chi l’apriva, ma l’idea di sentire il vento nei capelli decappottandolo lungo le strade della costa, non aveva lasciato dubbi a nessuno. Anita in primis già si immaginava seduta in cima allo schienale con i suoi occhiali da sole fuxia ed i morbidi boccoli rossi al vento… “Seee…troppa ingenuità non va bene!” Risentiva ora le parole di sua madre risuonarle nelle orecchie. “Quando ti disciulerai e vedrai che gente frequenti?”. Dario quella macchina l’aveva comprata a Belgrado l’anno prima, perché già elaborata, aveva doppi fondi in ogni dove e lui era tornato a casa con un carico che gli aveva garantito l’agio di qualche mese. Pensava che anche in Albania qualche “regalino” per chi restava a casa, l’avrebbe saputo trovare.

All’idea bislacca di andare in Albania si era aggiunta la genialata di farsi un giro lunghissimo per arrivarci. Il traghetto non parte anche da Ancona? Ma Alessandro aveva invece voglia di farsi un giretto da sua nonna pugliese prima di andarsi a rifare i denti e allora tutti a ballare in Puglia prima di quell’indimenticabile vacanza dietro le sbarre a Tirana. Ok, non era andata poi male, passare il primo della vacanza in casa della nonna di Ale rimpinzati fino alla testa di cibo, una mezza giornata in spiaggia, beh in un centimetro di spiaggia rimasta libera in quel bollente giorni di Agosto sarebbe stata la parte più bella di un caldo incubo albanese.

Quindi la parentesi pugliese andava chiusa in fretta, perchè rischiava di mandare a monte l’intero viaggio. Troppe comodità, troppo mare e cibo e gente accomondante e ospitale. Bisognava darsi una mossa per intraprendere un viaggio che di allettante non aveva quasi niente, se non il bottino che, ammesso andasse tutto per il verso giusto, si sarebbero riportati a casa. Viaggiando verso Brindisi, con il vento nei capelli e una scorta di fritturine della nonna con tanto di manduria, sembrava si trattasse veramente di una vacanza. Una volta saliti sulla nave, però, l’umore cambiò d’un tratto e si ritrovarono a guardarsi negli occhi tristi. Alessandro ruppe il ghiaccio: “Ma come cazzo abbiamo fatto a ridurci così?” Allora Anita prese il coraggio a due mani: “Ve l’avevo detto che la Grecia sarebbe stato meglio!”.

Appena sbarcati dalla nave si fermarono in un bar a provare il loro primo caffe albanese in quella che a prima vista sembrava una bettola, era una bettola e puzzava come una bettola…chissà sua madre come l’avrebbe guardata li seduta su quello sgabello rotto…già, ma mia madre mica ci si sarebbe ritrovata in questo casino di merda… Tutto è precipitato una volta che, dalla porta principale, sono entrati quei due tipi, ricordo di averli guardati e catalogati subito come due ‘trafficoni’, loro, non degnandoci di uno sguardo, si sono avvicinati al banco, poi hanno bisbigliato qualche cosa al proprietario che è sparito come un razzo nello scantinato…anche a Dario il movimento non è sfuggito e da perfetto coglione deve aver pensato di aver trovato il posto giusto…quello in cui puoi parlare e trattare di affari in santa pace…ecco…nessuno, e dico nessuno, manco quella ‘veggente’ di mia madre avrebbe potuto prevedere quello che da li a due minuti sarebbe successo…in effetti è successo tutto così in fretta che anche ora, a distanza di giorni, non riesco a dare una versione convincente agli inquirenti albanesi che mi hanno interrogato a lungo…come nei film…inquirente albanese ‘buono’ e inquirente albanese ‘cattivo’, ma che cazzo vi devo dire…mi sono alzata per andare in bagno e mentre pisciavo cercando di non prendermi il tetano ho sentito un rumore…come quello che si fa’ da noi per festeggiare l’arrivo del nuovo anno…solo che in questo caso non c’è stato proprio nulla da festeggiare…ho ancora nelle orecchie l’urlo di paura e dolore che ha riecheggiato mille volte la voce di Alessandro..e l’attimo dopo è Dario ad entrare come un razzo nel bagno, bianco come un cencio e con delle evidenti macchie di urina suoi suoi jeans

Proprio sopra l’etichetta della marca tarocca che cucitrici cinesi cucivano sopra i jeans fabbricati a Torre Annunziata e spediti in Albania per il “ritocco” finale. No, non era quello il carico previsto da Dario, né bustine di azzurre pasticchine euforizzanti o di bevande al Lyrox ancora proibite in Italia, no. Il futuro carico di Dario aveva un nome ben preciso. Anche un cognome, se è per questo. Ma il guaio era che non avrebbe mai dovuto, mai, stringere amicizia con quel nome su Facebook. Il libro delle facce, appunto, dove le facce non si dimenticano, soprattutto se corrispondono a quelle di un – come già appellato – coglione rispondente al nome di Dario il Grande (Coglione, appunto), che nella vacanza a Belgrado si è dovuto innamorare proprio di una bella albanese di nome Lubja, sorella di un poliziotto albanese che governa le partenze delle belle Lubje dal porto di Valona per andare ad allietare quegli italiani che delle loro italiane, dopo un po’, si stufano… Il nome del carico: Lubja Sbaladiuz. Valore di Lubja: la nostra libertà. Abbiamo troovato pane per i nostri denti,. Alessandro di denti, si terrà i suoi.

Ancora a letto, senza aprire gli occhi capì che quella odierna sarebbe stata l’ennesima giornata di sole, ancora non riusciva a capacitarsene, anche dopo anni non riusciva a credere che fosse natale, il tutto assomigliava più ad agosto. Decise di concedersi il lusso di una veloce colazione al bar…il tempo di sistemarsi la parrucca in testa, una veloce traccia di rossetto e poi giù per le scale che l’ascensore era rotto da giorni…la crisi… Corso Buenos Aires non era più la via caotica della sua giovinezza, molti negozi avevano finito per chiudere, il “babbo natale” che stazionava davanti a Zara era in pausa e stava consumando la riga di cocaina che aveva acquistato da Marco, come sapeva tutto ciò…Marco era anche il suo di pusher. Come va Raffaele?”, il babbo natale finto (Raffaele appunto) si gira di soprassalto ed un po’ di ‘neve’ scivola per terra…ne esce una bestemmia alla madonna ed una a suo figlio… “Francesco mica mi ci devi venire di spalle a salutarmi! Un giorno o l’altro mi ci lasci morto”… “Francesca gradirei esser chiamata…e poi a natale non muore nessuno dovresti saperlo”…. Raffaele era un cafone, ma non era l’unico che non riusciva a declinarla al femminile, l’operazione completa era in la da venire…gli ormoni, le cure e la psicanalisi non la avevano ancora trasformata…ed intanto sto cazzo di caldo dava alla testa!

Francesca lo sapeva, che Raffaele non voleva arrendersi alla sua straripante ma fino ad allora negata femminilità perché, perchéeee…beh, perché in fondo preferiva sciropparsi il suo amico un po’ lunatico e con le bizze mensili che una vera donna con i raffinati meccanismi di contorsioni e paturnie mentali che gli rendevano le donne inconcepibili e gli facevano preferire la compagnia dei taciturni compagni di sniffata, magari dopo un piacevole match ludoerotico con un’acquirente di neve al dettaglio, questo sì. Ma si detestava per subirne tanto il fascino, però e…e temeva di perdere l’amico e perdersi nella nuova “amica”. Fra, dai, non cominciare a fare menate prima ancora che i ferri ti abbiano aggiunto la gambetta alla Y!”

Ma sì, forse era proprio colpa del caldo. In fondo quante volte, ci si lamentava del freddo? Il freddo almeno mantiene la mente lucida. Il caldo, invece, ti confonde e quello che era chiaro prima di uscire di casa, non lo è più una volta arrivati in strada. Che periodo di merda. Non ne andava una giusta. Tutto precedeva esattamente al contrario. Eppure un insano ottimismo le disegnava un sorriso appena ebete sulle labbra. Perchè non può andare mica sempre così? Prima o poi la ruota gira. Prima o poi andrà bene anche a me. Uno dei segnali che quella sarebbe potuta essere la giornata della svolta stava proprio in quella insegna lampeggiante che indicava la svendita totale di un negozio alla fine di Corso Buenos Aires. Un negozio che già a prezzo pieno aveva prezzi stracciati.

Nemmeno il vero babbo natale avrebbe potuto farle un regalo migliore, lì avevano le gonne di paillettes, le unghie finte, e talvolta persino dei deliziosi corsetti barocchi che la facevano sentire una dama vittoriana. Ovviamente era abbigliamento da festa – di solito si accontentava di un tailleur (mai pantalone) ma ancora meglio: aveva proprio bisogno di festeggiare. Spinse la pesante porta a vetri e la commessa Manu, che non vedeva da una vita e pensava si fosse licenziata le trillò “caaaaaara quanto tempoooo! Sai che pensavo proprio a te?” dopo essersi scambiate abbraccini bacetti e complimenti sui capelli, sulle unghie, su quantoseidimagrita o maipiùditetesoro, titrovocosìinforma, Manu saltò fuori a dirle che il negozio chiudeva. Strano che fosse così allegra: e lei, con l’aria di chi nasconde un enorme pacco regalo dietro la schiena, le disse di aver trovato un ‘amico’ piuttosto anziano ma molto elegante, che lavorava nella moda e l’avrebbe lanciata. Certo, come no: francesca ne aveva ricevute di proposte del genere, e anche peggiori, e se Manu voleva tirarla in quell’affare… “sarà meglio il tuo paparino cocainomane” disse manu acida. “Eccolo lì.” Raffaele l’aveva seguita nel negozio e il costume da babbo natale gli dava un’aria così stupida. Quello e le lacrime. Lacrime? Si chiese francesca, quando mai uno si mette a piangere appena dopo una raglia? In più raffaele aveva una busta in mano. E cosa ancora più strana, corse ad abbracciarla dopo aver lanciato un verso a metà tra il belato e il muggito: “la zzzzziaa elmira…”

La Zia elmira era una donna molto anziana di vecchio stampo, una donna perbene e altolocata. Possedeva molte proprietà a milano, e come tutte le donne della specie era molto avara e attaccata ai suoi possedimenti. Era stata sposata e nonostante ciò non aveva figli diretti quindi nessun erede. Solo i suoi due fratelli, Raffaele e Gianmarco (l’esatto opposto di Raffaele). Quindi che fosse realmente natale? Che veramente sta cambiando qualcosa? Oh mamma che caldo oggi, questa giornata mi sta mettendo a dura prova pensa Francesca. Si guarda intorno attonita, e non sa se essere triste o contenta della notizia della scomparsa della Zia Elmira.  Ma poi chissenefrega, pensa, finalmente si cambia vita, e niente più stenti e sacrifici… Quindi prende ed esce dal negozio, ha bisogno di una boccata d’aria e di fumarsi una sigaretta in santa pace.

Eppure a Natale non dovrebbe morire nessuno si disse, ma già si vedeva sovvenzionata, a lavoro terminato, più donna che mai, a braccetto di Raffaele, in un abitino di lycra bianco che lasciava trasparire il perizoma. Tutti avrebbero invidiato a Raffaele quel gran pezzo di figa al fianco e lei avrebbe camminato seguita dagli sguardi d’approvazione di Marco e dell’altro paio di compagni di sniffata. Rientra nel negozio con un largo sorriso, il passo sicuro della pantera che era sbocciata dentro di lei, persa in voluttuosi desideri di femminilità sorride ai vestiti appesi, ai manichini senza testa e a Raffaele in piedi accanto alla cassa. Raffaele la vede. “Francesco!”, tuona, “Chiama gli amici tuoi! Questa sera si festeggia, bamba per tutti bellezza, offre lo zio Raffaele e poi io e Manu qui si parte per Bali! Che te ne pare bellezza?!” E, esplodendo in una fragorosa risata si asciuga le lacrime con il pon pon bianco del cappello floscio ed infeltrito. Si mormora ancora che è stato per quel calore divampante, così fuori luogo a dicembre che la Francesca si sia accasciata al suolo e sia morta sul colpo. Proprio il giorno di Natale.

Guardando la scuola esplodere, Nina si sentì sollevata: era impossibile che le cose andassero ancora peggio. magari avrebbe trovato il suo principe azzurro tra i pompieri… le bastò un breve esame a capire che questi non si adeguavano nemmeno ai suoi modestissimi standard. E poi era dal mattino che se lo ripeteva: «non potrà andare peggio di così», fin da quando sua madre l’aveva scoperta in bagno a imbottirsi il reggiseno e le aveva fatto notare che se a trentacinque anni ancora non aveva un uomo difficilmente sarebbe servito a qualcosa. La chiamata bomba del giorno prima era stata come al solito ignorata da tutti. ne ricevevano in media una all’anno - febbraio era il mese più gettonato, per via dei pagellini - e tutti, dal preside alle bidelle passando persino per gli alunni responsabili delle telefonate sapevano benissimo che nessuno mai avrebbe avuto interesse a imbottire d’esplosivo una scrostata scuola media di Cavedargo Sul Mincio. «ah sai al qaeda ha chiamato di nuovo», aveva detto la rinsecchita prof di matematica in sala professori e tutti giù a ridere come se avesse davvero detto qualcosa di divertente. del resto, quando si passa la giornata ad annusare le insopportabili emanazioni ascellari di circa un centinaio di alunni, si cerca di essere allegri come si può.

Matteo, il prof di musica, le sì avvicinò alle spalle facendola trasalire, persa com’era nei suoi pensieri: «Hai visto Nina…alla fine l’hanno fatto veramente…mi chiedo se c’è veramente l’equazione bombardamenti nel Pistakkistan e successiva ritorsione alla nostra scuola…ben strana la psicologia del terrorista», Nina posò uno sguardo accondiscendente se Matteo, così ingenuo e così goffo nelle sue deduzioni, ma è pure lui un povero figlio della televisione e si beve tutte le stronzate che mandano in prima serata e pure in seconda…. «Ascolta (tono deciso e sguardo fermo), guarda che qui il Pistakkistan non c’entra nulla…secondo me è Rodari della seconda C, quello che ha il padre chimico, quello che adora i giochi pirotecnici…oppure è De Santis il supplente della De Giacinto…quello che si è laureato da poco in fisica fotonica»…ora è il turno di Matteo di guardarmi di traverso…ancora incerto se stare al gioco o offendersi per la mia recita ad arte…ed intanto l’istituto è ridotto ad un moncherino fumante…mi chiedo se a qualcuno mancherà….

«Ma che te ne frega? Dimmi, ti cambia qualcosa? Eravamo tutti pronti, adattati, adeguati… Sì, andava bene così e lo sapevamo.» « Andiamo a casa?» «Aspetta. Prendo Matteo. Hai una borsa?» «No, lo zaino è rimasto dentro.» Lei si chinò e raccolse gli arti che le stavano intorno. Poi cercò di raccattare anche la testa. Giovanni la stava a guardare sornione e le consigliò solamente «Quella lasciala è troppo pesante»

«Anzi lascia qui tutto per favore.» Giovanni sembrava risvegliarsi improvvisamente e riprendere la solita lucidità. Intorno era uno strazio, e sentiva l’esigenza di andare via, di scappare… Prende così per mano Lucia a inizia a trascinarla via. Lei inizialmente si oppone, poi pian piano lo sfinimento prende il soppravvento e riesce ad uscire dai giardni della scuola. Intorno ormai è un caos, polizia, vigili del fuoco, ambulanze. Ma c’è ben poco da fare. Si può solo cercare di ripulire alla svelta per poi iniziare a dimenticare, sempre che cò sia possibile. Nina nel frattempo inizia a domandarsi ed ora? cos’altro può accadere oggi? Accende una sigaretta, mentre osserva lo spettacolo con distacco, e nella sua mente iniziano a frullare una seri infinita di pensieri. Uno su tutti. Forse è il segnale che è giunto il momento di cambiare aria, di partire per una nuova avventura in un luogo distante. A trentacinque anni.

Quando questa sigaretta sarà finita prendo e faccio quella telefonata che non ho più avuto il coraggio di fare, lo so in questo momento dovrei preoccuparmi dei miei alunni, della scuola, ma io il senso civico in questo momento non ce l’ho proprio quella che suona nella mia testa non è la sirena dei pompieri ma la sirena d’emergenza di tutti i miei sogni repressi e mai cullati, è quella famosa zona magica che non ho mai avuto il coraggio di visitare, mai , bloccata da questa merda di zona di conforto fatta di compiti in classe, alunni maleducati ma alla fine affettuosi, avances del professore di geografia astronomica, si sposato ma che dice che farebbe di tutto per scappare con me e per finire il conforto della parmigiana di mia mamma, congelata con cura in tapperware a misura di single. Basta io devo partire, sono pronta. Peccato che la fine della sigaretta coincideva con la scoperta dei fautori di tutto, Giovani e Lucia, quelli della 5 C. Non posso più partire tocca a me fare la spia, tocca a me portarli dal preside e chiedere loro perchè mai l’hanno fatto. Non si tratta di una semplce bravata… qui ci sono pezzi di braccia vere. No,non poteva andare peggio.

«Povera ingenua» si disse qualche ora più tardi Nina, non c’è mai limite al peggio, e non solo perché può sempre piovere. Cosa che puntualmente accadde, causando, oltre ai disagi al lavoro dei pompieri, l’inzuppamento del cotone idrofilo che Nina aveva usato la mattina per imbottirsi le tette. Non è propriamente una sensazione piacevole sentire il reggiseno piegarsi sotto il peso di un litro d’acqua e ancor meno strizzarsi le tette e sentirsi come una di quelle statue nelle fontane che sprizzano acqua dai capezzoli. Ma questo non era il peggio. Nella categoria degli eventi peggiori della giornata c’erano, in ordine crescente: lo sguardo di Matteo che grida trionfante «Io lo sapevo!»: perché la polizia scoprì che effettivamente sotto tutto c’era la matrice islamica. Lucia e Giovanni si erano convertiti all’Islam qualche mese addietro e avevano programmato l’attacco in risposta agli attacchi subiti dal Pakistan. La spiegazione che dettero i due ragazzi motivando la loro scelta e la conversione con la lettura di alcuni testi suggeriti dalla professoressa Mangiagalli, ovvero Nina, la quale voleva solo inculcarli in loro una visione più aperta e tollerante nei confronti della cultura mussulmana. Il sorriso imbarazzato e lo sguardo pietoso che il suo vicino di casa, meraviglioso massaggiatore shiatzu che tornava or ora da un seminario in India, le aveva riservato quando le era passato accanto nel momento esatto in cui lei, stremata estraeva il cotone idrofilo dal reggiseno, convinta di essere al riparo da sguardi indiscreti. Ma nel suo cuore il posto speciale lo occupava il modo in cui sua madre l’aveva accolta sulla porta di casa. «Conciata così, non lo troverai mai un uomo.»